Report apistico Aprile 2020

|   report apistici mensili

Meteo e flora apistica

Le condizioni meteorologiche favorevoli, riscontrate nelle ultime settimane in regione, hanno consentito la fioritura di diverse specie di interesse apistico e facilitato lo sviluppo delle colonie d’api. Tuttavia, la scarsa piovosità dell’ultimo bimestre, ha penalizzato la fioritura del tarassaco (Taraxacum officinale), che è stata limitata e più breve del consueto, condizionando anche la quantità di nettare fornito da questa specie erbacea. Attualmente, questa fioritura è appena iniziata in montagna, è quasi terminata in collina e si è esaurita in pianura, dove invece si registra la fioritura del colza (Brassica napus), la cui diffusione appare ridotta rispetto agli anni scorsi.

Sono invece terminate le fioriture dei pruni (Prunus spp.) e di altre rosacee coltivate, come il melo (Malus domestica) e il pero (Pyrus spp.), da cui le api hanno ricavato nettare e polline, mentre in pianura è appena iniziata quella dell’acacia (Robinia pseudoacacia), su cui gli apicoltori ripongono le maggiori aspettative, dopo la delusione dell’anno passato.

 

Tecnica apistica

Alcune colonie necessitano di essere ancora seguite nello sviluppo, per giungere preparate al prossimo raccolto; in tal caso, è opportuno fornire loro, a cadenza settimanale, un favo già costruito o un telaio con foglio cereo, da collocare tra l’ultimo favo di covata e il primo di scorte.

Nella maggior parte dei casi, invece, complici le temperature elevate di marzo e aprile, le famiglie d’api sono pienamente sviluppate e molte hanno già riempito un melario di millefiori primaverile (o tarassaco). In tal caso, si ricorda che per garantire una qualità elevata del miele prodotto, è opportuno rimuovere i melari alla completa opercolatura delle cellette, quando il miele maturo dovrebbe avere un’umidità inferiore al 18% o, in alternativa, provvedere alla loro deumidificazione forzata in magazzino. Inoltre, sempre per migliorare la qualità delle produzioni, si suggerisce di collocare l’escludiregina sopra al nido, per evitare l’ovideposizione nei favi da melario; questa operazione consente, fra l’altro, di velocizzare le visite e il controllo sciamatura, dal momento che l’ape regina rimane confinata nel nido, e di facilitare la levata dei melari, che si svuotano più rapidamente dalle api.

Alle colonie più popolose va dato spazio, apponendo all’occorrenza un melario vuoto sopra il nido e spostando i melari già in uso più in alto, in attesa che vengano opercolati. Se lo spazio a disposizione è insufficiente, infatti, gli alveari possono entrare in febbre sciamatoria, un fenomeno che si può controllare mediante alcune tecniche descritte di seguito a grandi linee.

1. Eliminazione delle celle reali: è un lavoro che richiede molta pazienza e accortezza, in quanto ciascun alveare deve essere controllato settimanalmente (favo per favo) alla ricerca di celle reali, che vanno eliminate. In questo modo, non sfarfallerà mai una regina che possa sostituire quella già presente, che è costretta a restare nell’alveare assieme alle api. È fondamentale essere meticolosi nella ricerca delle celle reali, ispezionando l’intera superficie di tutti i favi che compongono il nido; le celle reali, infatti, possono trovarsi indifferentemente al centro e ai margini di ciascun favo.

2. Salasso delle colonie: consiste nel prelevare 2 o 3 favi di covata (fresca e opercolata), api e scorte da un alveare forte e potenzialmente pronto a sciamare (alveare donatore); i favi vanno riposti in un arnietta in polistirolo. Così, nel caso siano presenti anche uova o larve molto giovani, le api alleveranno un’ape regina, e costituiranno una nuova famiglia (nucleo). In questo modo, l’alveare donatore viene indebolito e sarà meno propenso alla sciamatura e, con di più, si creerà un nucleo per sostituire eventuali perdite che dovessero verificarsi nel seguito dell’annata apistica.

3. Ingabbiamento dell’ape regina: consiste nell’ingabbiare l’ape regina in strutture idonee per circa tre settimane, eliminando contemporaneamente e a distanza di una settimana le eventuali celle reali presenti nell’alveare. Così facendo, si evita il controllo settimanale della sciamatura durante il periodo di maggiore importazione, quando potrebbero esserci melari pesanti da sollevare. Tuttavia, questa tecnica non può essere adottata per periodi prolungati.

4. Confinamento dell’ape regina: consiste nello spostare l’ape regina e 2 favi di covata, api e miele in un’arnietta in polistirolo da collocare di fronte l’alveare di origine. Nell’alveare orfano, che non potrà più sciamare, dovranno essere eliminate contemporaneamente e a distanza di una settimana tutte le celle reali tranne una, da cui nascerà la nuova regina.

5. Taglio dell’ala dell’ape regina: consiste nel tagliare una porzione di ala all’ape regina, che comunque, al momento opportuno, esce dall’alveare per sciamare ma, non potendo volare, cade di fronte al predellino; di conseguenza, le api che erano uscite per seguirla, non avvertendo la sua presenza, rientrano nell’alveare di origine, che nel frattempo provvede ad allevare una nuova ape regina. In alcuni casi, è possibile ritrovare la regina viva di fronte all’alveare da cui è sciamata e ricollocarla nella colonia, avendo l’accortezza di eliminare le celle reali presenti.

 

Oltre alla produzione di miele, che rappresenta l’occupazione principale per la maggior parte degli apicoltori, in questo periodo dell’anno è possibile avviare anche le seguenti attività apistiche:

- l’allevamento di api regine, grazie alla numerosa presenza di fuchi nelle colonie;

- la produzione di pappa reale, che è favorita dall’importazione di polline e nettare, oltre che da buone condizioni climatiche; per maggiori dettagli, sull’argomento, si consulti il seguente articolo.

 

Infine, si suggerisce agli apicoltori di tenere annualmente un “quaderno di campagna”, dove annotare le informazioni rilevanti e le operazioni apistiche che si effettuano di volta in volta in ogni alveare. Questa operazione, apparentemente noiosa e impegnativa, consente di avere sempre chiara la storia di ciascuna colonia e di programmare le attività da svolgere durante la visita successiva e nel corso dell’intera stagione apistica, risparmiando all’apicoltore interventi poco utili.

 

Nota sanitaria

Nonostante la stagione apistica sia iniziata da poco e i pericoli causati da Varroa destructor, uno dei principali nemici delle api, siano ancora remoti, l’apicoltore può già mettere in atto alcune semplici pratiche, descritte di seguito, per contenere lo sviluppo del parassita nei propri alveari e favorire l’efficacia dei trattamenti acaricidi al momento opportuno.

1. Inserimento di un telaio trappola, che può essere costituito da un favo da melario (da inserire nel nido in ultima posizione), che le api allungano costruendo cellette a maschio, in cui ovidepone l’ape regine. La covata di fuco è decisamente più attrattiva per la Varroa rispetto a quella di operaia; pertanto, questa porzione di favo a maschio attirerà numerosi acari e, quando sarà completamente opercolata, potrà essere eliminata assieme ai parassiti eventualmente intrappolati. Per la buona riuscita dell’operazione, è indispensabile non far sfarfallare i fuchi, altrimenti l’effetto sarà molto negativo in termini di infestazione; allo scopo, si consideri che la durata della fase opercolata del fuco è di un paio di settimane.

2. Formazione di nuclei a partire da colonie forti e ben sviluppate, da cui si toglieranno 2 favi di covata opercolata e api. Questo metodo consente di ridurre il numero di acari presenti nell’alveare donatore; inoltre, una volta sfarfallata tutta la covata presente nel nuovo nucleo, è possibile trattare le api con un acaricida ad azione abbattente (ad esempio ApiBioxal), ottenendo una drastica riduzione della popolazione di Varroa.

I favi di covata prelevati dalle colonie più forti e impiegati per la formazione di nuovi nuclei possono essere rimpiazzati da telai con foglio cereo. In questo momento dell’anno, infatti, quando aumenta l’importazione di nettare, è opportuno sfruttare la propensione delle api a produrre cera, per far costruire alle colonie favi nuovi. Quest’ultima operazione consente anche di rinnovare la cera nell’alveare e ridurre, di conseguenza, la carica di microrganismi patogeni e il livello dei residui di sostanze attive, che tendono ad accumularsi nella cera nel corso degli anni, in seguito ai trattamenti contro la Varroa.

 

Questionario LAR

Allo scopo di comprendere se e come la qualità del territorio regionale possa influenzare il benessere e la sopravvivenza delle colonie d’api, il LAR ha predisposto un questionario anonimo che prevede la raccolta di dati inerenti l’attività apistica, le caratteristiche dell’ambiente in cui si trovano gli alveari e le eventuali problematiche riscontrate dagli apicoltori.

Con la presente, chiediamo la disponibilità a compilare il questionario e a diffonderlo agli apicoltori che non sono raggiunti dalla Newsletter.

La compilazione del questionario può essere fatta:

- on-line, se in possesso di un account Google (es. nome.cognome@gmail.com);

- mediante supporto cartaceo, stampando e compilando i moduli allegati alla presente Newsletter. I moduli compilati potranno essere restituiti al Consorzio Apistico di riferimento, oppure inviati (dopo essere stati scannerizzati o fotografati) per posta elettronica a uno dei seguenti indirizzi: giacomo.zannin190296(at)gmail.com, larfvg.disa(at)uniud.it.

Maggiori informazioni sull’iniziativa potranno essere reperite sul sito del LAR, cliccando qui .

Si ringrazia fin d’ora per la preziosa collaborazione.

 

Il LAR resta a disposizione per eventuali chiarimenti.

 

LAR, 24.04.2020

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Fioritura del colza (Brassica napus), foto P. Zandigiacomo